RIDE
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Archivio Cinema

 

 

 

Carolina è vedova da una settimana e non riesce a piangere. Seduta sul divano, assorta in cucina, in piedi alla finestra, scava alla ricerca delle lacrime che tutti si aspettano da lei. Anche Bruno, il figlio di pochi anni che sul terrazzo di casa ‘mette in scena’ i funerali del genitore. Nessuno, nemmeno il padre e il fratello di Mario Secondari, giovane operaio morto in fabbrica, sembra riuscire a fare i conti col lutto. Tra un occhio nero e una nuvola carica di pioggia, Carolina farà i conti con l’assenza.

Ride, debutto alla regia di Valerio Mastandrea, è la cronaca della vita dopo.

Dedicato a chi resta, confronta melanconicamente una giovane donna con la perdita della sua giovinezza e del suo amore, la prepara a vivere veramente, a fare della morte che arriva improvvisa l’incessante condizione della sua sopravvivenza.

Quello della protagonista non è però un lutto ‘convenzionale’, è un lutto bloccato, complicato. Perché come ogni altra esperienza emotiva, anche quella del lutto è soggettiva. Quieta, pratica ed efficientissima, Carolina attende tra il divano e il tavolo della cucina che le emozioni si facciano vive, che le lacrime arrivino copiose. Ma niente. La perdita del consorte, che sconvolge, scompagina e dissesta il modo di vedere il mondo, non si trasforma in lavoro. Il lavoro del lutto, la reazione adeguata all’esperienza della perdita. Al suo sentimento di doglio intimo fa eco quello sociale.

Caduto in fabbrica, Mario Secondari è l’assenza che permette a Mastandrea di aprire una finestra collettiva su un dramma privato. A incarnarli insieme è il saldo Renato Carpentieri, padre in ambasce davanti all’inaccettabile morte del figlio. Ride tocca di sponda la tragedia di (una) classe (che non c’è più) e il conflitto generazionale, meglio, il reciproco sospetto delle generazioni da cui nascono le ferite che padre (Renato Carpentieri) e figlio (Stefano Dionisi) non riescono a risanare.