NOTTI MAGICHE
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Archivio Cinema

 

 

 

 

Mondiali ’90, Italia – Argentina, gli azzurri buttati fuori ai rigori, un uomo buttato nel Tevere a bordo di una macchina che non sa guidare. Produttore romano sull’orlo del fallimento, Leandro Saponaro è ripescato morto ma a ucciderlo non è stata l’acqua e nemmeno l’impatto. Giusy Fusacchia, ragazza coccodè e amante del Saponaro, giura che ad ammazzarlo sono stati tre aspiranti sceneggiatori: Eugenia Malaspina, Antonio Scordia, Luciano Ambrogi. Finalisti del Premio Solinas, i ragazzi si sono conosciuti pochi giorni prima a Roma in occasione della cerimonia. Eugenia è una ricca borghese ipocondriaca che odia il padre e ama un divo francese, Antonio è un messinese colto e formale come lo stile del suo soggetto (Antonello da Messina), Luciano è un baldo scriteriato che viene da Piombino. Ospiti per qualche giorno nella grande casa di Eugenia, che non vuole dormire sola, entrano nel mondo del cinema dalla porta d’ingresso, frequentando tutta la filiera e sognando di scrivere la sceneggiatura della vita. Finiranno invece al comando dei carabinieri a raccontare la loro versione dei fatti.

Dopo aver filmato l’America per la prima volta, in fuga tra Detroit e la Florida (Ella & John), Paolo Virzì ripiega in patria e firma una commedia gialla tesa a osservare l’intreccio profondo tra esistenze individuali e storia collettiva.

Attento soprattutto all’incidenza dell’ultima sulla vita del singolo, Virzì sceglie la risorsa del fuori campo anche per delineare il rapporto dialettico tra la calcistica giornata della polis e quella particolare della storia privata. La notte magica cantata da Gianna Nannini e auspicata dal tifoso italiano volge nella notte degli errori e propone un rendez-vous con la memoria, quella dell’autore e della sua generazione ma anche quella dello spettatore davanti all’eterno ritorno di un trio che avevamo tanto amato (Vittorio Gassman, Stefano Satta Flores, Nino Manfredi). Eugenia, Antonio e Luciano, esageratamente tipizzati, come a esibire un desiderio di fiction anziché di realismo, sono il residuo di quelle icone trasformate in lucciole fragili, (in)dimenticate e vibranti dentro una notte di scacco disegnata dal regista sulla locandina. Declinato al passato prossimo, Notti magiche mostra, in maniera instabile e con risultati variabili, che tutto quello che ha contato per noi è destinato a sparire, condannato a farsi rovina.
Questa elegia del cinema, che banchetta al “Re della mezza porzione abbondante”, fa il punto su e dà commiato a un decennio affollato da veterani ed esordienti. Ficcato al debutto degli anni Novanta, il film di Virzì individua alcune delle tensioni dinamiche che stavano rivoluzionando gli scenari estetici: la ricomposizione del cinema italiano per aree geografiche (nello specifico l’area romana, siciliana e toscana), la creazione di conseguenza di un nuovo immaginario collettivo legato alla provincia italiana (la sequenza del ritorno di Luciano a Piombino), il crepuscolo dei padri fondatori (la silhouette di Fellini e i residui essenziali del suo cinema, il pozzo e la ‘passerella di addio’ di 8 1/2), la nascita di una generazione ‘orfana’ (lo sconforto delle nuove leve private dei maestri che sovente restano al palo, incapaci di interpretare la nuova realtà a-ideologica e globalizzante), il contributo degli sceneggiatori eredi della grande commedia all’italiana che legano il proprio retroterra culturale al ‘nuovo cinema’ (il laboratorio di Fulvio Zappellini), l’accentuazione di una comicità di facile resa e bassa qualità figliastra della commedia all’italiana (la ragazza coccodè, merce in grado di coprire un potenziale cinema medio), l’influenza dell’universo televisivo sul gusto (la sceneggiatura vincitrice su Antonello da Messina svenduta a puntate).