IN GUERRA
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Archivio Cinema

 

 

 

 

La fabbrica Perrin, un’azienda specializzata in apparecchiature automobilistiche dove lavorano 1100 dipendenti che fa parte di un gruppo tedesco, firma un accordo nel quale viene chiesto ai dirigenti e ai lavoratori uno sforzo salariale per salvare l’azienda. Il sacrificio prevede, in cambio, la garanzia dell’occupazione per almeno i successivi 5 anni. Due anni dopo l’azienda annuncia di voler chiudere i battenti. Ma i lavoratori si organizzano, guidati dal portavoce Laurent Amédéo, per difendere il proprio lavoro.

Stéphane Brizé torna, a tre anni di distanza da La legge del mercato, al sodalizio con Vincent Lindon per affrontare nuovamente una tematica che gli sta particolarmente a cuore: quella delle condizioni di lavoro ai giorni nostri.

Ha dalla sua parte la garanzia della perfetta interazione, già sperimentata nel film citato, tra un attore di pregio come Lindon e interpreti non professionisti. La sceneggiatura è estremamente precisa, nulla è stato affidato al caso eppure l’esito finale è di una naturalezza straordinaria.

In questa occasione però la struttura è decisamente diversa: del privato del protagonista sappiamo poco, esattamente quanto basta. Perché al centro c’è Laurent come uomo di punta della protesta ma ci sono soprattutto le dinamiche che intercorrono tra i dipendenti della fabbrica che si vuole chiudere e la proprietà nonché quelle che si sviluppano all’interno del comitato di lotta.

Come afferma il sociologo Luciano Gallino le ideologie non sono finite, come qualcuno vorrebbe pretendere, ce n’è ancora una e dominante: la legge del mercato appunto. La lotta di classe, lungi dall’essere scomparsa, continua e a vincerla è il neoliberismo senza regole grazie a parole d’ordine come ‘flessibilità’ e ‘delocalizzazione’. Dall’altra parte ci sono i Laurent Amédéo di questo ‘mondo libero’ come lo chiama Ken Loach. Che accettano, come quelli della Perrin, di lavorare per un certo numero di ore senza stipendio per garantirsi un futuro che verrà invece negato sulla base del fatto che un’azienda apre e chiude le proprie sedi quando vuole e anche se il dividendo azionario è del 25%.