EFFETTO DOMINO
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Archivio Cinema

 

 

Nordest italiano, una località termale che ha visto decine di alberghi cadere vittime della crisi. Gianni Colombo, geometra specializzato nel mercato immobiliare che da mesi non conclude un affare, ha un’idea: rilevare venti hotel in disuso e trasformarli in residenze di lusso per pensionati facoltosi desiderosi di trascorrere la terza età in un “paradiso senza Dio”. Colombo coinvolge nell’impresa Franco Rampazzo, un ex muratore che, grazie al lavoro di una vita, ha procurato una tranquilla esistenza borghese alla moglie e alle due figlie. Rampazzo, che ha una pala e un piccone tatuati sul braccio, vuole solo “tornare a costruire”: restando a braccia incrociate si era chiuso in se stesso e aveva rischiato di perdersi. Colombo e Rampazzo si sentono due bucanieri alla conquista del riscatto loro negato dal crollo economico. E il loro piano di riscossa è quello di un’intera nazione.

Liberamente ispirato al romanzo omonimo di Romolo Bugaro, Effetto domino è il secondo lungometraggio di finzione del documentarista Alessandro Rossetto dopo Piccola patria e racconta nel dettaglio una realtà ampiamente documentata dalle cronache e la corsa a creare qualcosa di falso pensando di ottenere guadagni veri.

Il racconto, sceneggiato insieme a Caterina Serra, sta fra il saggio di antropologia, l’osservazione entomologica e la messa a nudo della dimensione grottesca, “sorrentiniana”, del potere e dell’umiliazione cui si espone chi il potere non ce l’ha. Effetto domino affronta di petto alcuni “elefanti in salotto” della contemporaneità: l’invecchiamento progressivo dei Paesi occidentali e la conseguente nascita del “business della vecchiaia”; il crollo dell’edilizia, settore trainante dell’economia e in alcune zone attività primaria; la globalizzazione come epitome dell’etica (si fa per dire) del cane mangia cane, secondo una piramide di sopraffazione in cui ognuno si scopre contemporaneamente vittima e carnefice.

La vicenda narrata è una via crucis in sei stazioni, con il commento algido e talvolta sarcastico della voce fuori campo di Paolo Pierobon, che sottolinea in maniera “scientifica” le dinamiche fra gli esseri (sempre meno umani) in scena, attingendo anche ad alcuni passi firmati da Jonathan Franzen. La storia è durissima e dolorosa, non solo perché ne riconosciamo i contorni, ma anche perché è raccontata come un lento scollinamento verso gli inferi attraverso atmosfere rarefatte e ambienti lunari: il disfacimento dei luoghi e dei convincimenti morali, la scomparsa dei punti di riferimento, il ruolo che ognuno gioca nel creare quell’effetto domino che fa crollare impalcature costruite da persone la cui soddisfazione più profonda sarebbe quella di “far nascere le cose”. In assoluto il tema più rilevante è l’incapacità degli uomini di affrontare la morte: anziani che credono di poter vivere per sempre, cinquantenni che contemplano con orrore la propria caducità, giovani che ostentano il loro sentirsi invincibili.

 

ORARI 18,00 – 20,00 – 22,00